Chi era Enzo Michelozzi

Enzo Michelozzi ci ha lasciati per una crociera celeste, suppongo di quelle come diceva lui:Sa da fà in tutte le maniere. Caro il mio “Polverone”, come lo chiamavamo noi scherzosamente per quel suo modo di voler sempre arrivare a concludere positivamente un certo problema. Oh intendiamoci, un’intelligenza di prim’ordine accompagnata ad una volontà di ferro.

Conobbi Enzo nel lontano 1964, se non vado errato, io ero entrato al Saclant da appena 2 anni. Legammo subito, forse perché anche lui era toscano come me, e quella sua aria un po’ cialtroncella di noi toscani mi fece sentire subito a mio agio. A quei tempi eravamo entrambi fidanzati, ognuno nella propria città: lui a Pistoia ed io a Pisa. Lui era perito industriale e si era inscritto alla facoltà di geologia all’ateneo di Pisa. Lavorare e studiare contemporaneamente ti rende la vita un po’ stressante e lui cercava di strappare tutti i ritagli di tempo per poter studiare.  Mi ricordo che tutti i week-end andavamo a casa il venerdì sera e ripartivamo ognuno dalla sua città il lunedì mattina presto e spesso ci incontravamo in autostrada. Lui aveva una 500 ed io a quei tempi una DKW 750, (macchina stranissima a 2 tempi, 3 cilindri che andava a miscela al 2%). Essendo a 2 tempi aveva una buona ripresa e specie ai semafori molte macchine anche più pretenziose facevano brutte figure. Le prime volte che l’ho incontravo sull’autostrada specie se ero dietro vedevo un comportamento di guida strano accompagnato da leggeri sbandamenti a destra e a sinistra.
Dopo un po’ capii da cosa era causato: Studiava e ripassava le lezioni tenendo il libro aperto sul sedile del passeggero ed ogni tanto era costretto a prenderlo per leggere qualcosa o per voltare alla pagina seguente. Meno male che a quei tempi non c’era il traffico di oggi e una buona dose di fortuna non ha mai portato quel comportamento a dir poco incosciente a niente di disastroso.
Ma questo era Enzo, sempre impegnato in qualcosa da fare, dagli aggiustamenti e rifacimenti in muratura alla casa, che lo teneva impegnato, ormai anche dopo laureato passava il tempo libero a fare migliorie alla casa di cui andava orgoglioso per la vista mozzafiato di cui godeva. Poi così com’era, imbrattato di calce, magari veniva al lavoro. Ed io gli dicevo: “Oh Enzo, ma sei proprio un cialtronaccio, ma guarda in che condizione sei”. E lui di rimando “Perché sto male?”.
“Caro il mì Enzo”, come diceva la moglie Anna, che insieme ai tre figli lo adoravano. La Anna con la sua vocina, donna decisa che sa il fatto suo, ogni tanto lo redarguiva, e lui come un bravo cucciolone obbediva.
Ogni tanto gli dicevo “tu dovresti essere rinchiuso in un cassetto con su scritto “EMERGENZA” da tirare fuori soltanto quando si presentano situazioni di emergenza. Finita l’emergenza Via da bravo ritorna nel cassetto”. E lui ci rideva, perché capiva che quelle critiche erano condite da tanto affetto e rispetto per la sua professionalità.

Una volta a bordo del Paolina eravamo in Grecia, a quei tempi non avevamo aria condizionata a bordo ed in laboratorio avevamo più di 45 °C e sia noi che le apparecchiature cominciavamo ad andare in tilt.

Noi stavamo in costume da bagno ed a turno lasciavamo la nostra postazione per andare a fare una doccia a poppa dove avevano installato all’aperto una doccia d’acqua di mare. Poi così come eravamo si tornava in laboratorio per continuare il nostro lavoro ma alle apparecchiature, chiaramente non potevamo riservare il solito trattamento, e allora si ricorse a geniaccio di Enzo che in un paio d’ore trovò due ventilatori piuttosto potenti e con cartone e scotch di carta mise su una condotta di circa 20 cm di diametro che partiva dagli alimentatori di potenza a rischio d’incedio si sviluppava lungo la murata del laboratorio per andare a scaricare l’aria prelevata fuori dall’oblo. Una vera opera d’arte che avrebbe fatto invidia a qualsiasi installatore di aria condizionata. E così anche quella volta grazie al bimbo “Emergenza” portammo a termine la crociera senza danni.

Visto che dormivamo sempre insieme in una cabina esterna della Maria Paolina, io nel letto basso e lui in quello alto, la sera una volta a letto leggevamo entrambi e quando ad un certo punto non sentivo più girare le pagine capivo che dormiva ed allora mi alzavo e lo trovavo che dormiva con il libro su gli occhi, e allora piano piano,per non svegliarlo gli toglievo il libro dalla faccia, gli spengevo la luce come si fa ai bambini quando sono piccoli, d’altra parte ero più vecchio di ben cinque mesi.

Ora che te ne sei andato in maniera così brusca lasciandomi costernato non mi rimane altro che il buon ricordo di una persona veramente buona con la quale mi sento onorato di essere stato amico, collega e di aver trascorso con te buona parte della mia vita.