Le casse del sottomarino

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Racconto di Omar Burroni

Nell’ottobre del 1961 attraccò, in Arsenale, un sottomarino nucleare Americano. Avevano un problema a bordo, stavano aspettando dei pezzi di ricambio che dovevano arrivare a Milano.
Era logico che noi del Centro collaborassimo per risolvere il problema. Infatti a ridosso del fine settimana il Capo Hammond, responsabile dei trasporti, mi chiamò per dirmi che assieme al collega Beverini e con il furgone chiuso avremmo dovuto andare all’aeroporto di Malpensa per ritirare due casse destinate al sottomarino.
L’arrivo dell’aereo era previsto per la domenica successiva. Partimmo molto presto: a quei tempi l’autostrada non c’era. Dovevamo affrontare la nebbiosa Cisa. Arrivammo puntuali a Malpensa ed anche l’aereo arrivò puntuale. Dopo che furono scesi tutti i passeggeri potemmo avvicinarci all’aereo con il furgone ( naturalmente avevamo un permesso speciale). Quattro giovani che reggevano un cartello con su scritto “General Dinamix” ci vennero incontro  mentre il secondo pilota apriva la stiva sotto la cabina di pilotaggio per sbarcare le due casse sigillate. Con un po’ di fatica e con l’aiuto di tutti riuscimmo ed issarle sul furgone.
Stavamo per ripartire quando si presentò un giovane tenente della Guardia di Finanza che voleva ispezionare le due casse. L’ingegnere Bill Barnes rispose con un secco no. Ne sorse una discussione assai vivace.
Le trattative non sortivano niente di buono, nel frattempo s’erano fatte le undici. Stava venendo tardi. Fu allora che mi venne in mente un espediente. Chiamai da parte il capo spedizione e gli suggerii di contattare il Console Americano a Milano. Dopo una breve conversazione telefonica partimmo alla volta del Consolato. Il Console ci sta aspettando in ufficio. Per non perdere tempo decisi  di chiamare un taxi che ci condusse al consolato direttamente. Finalmente con un accordo in tasca ritornammo a Malpensa con l’autorizzazione a partire. L’accordo prevedeva che l’indomani mattina avremmo trasportato le due casse direttamente a bordo del sommergibile.
Il viaggio di ritorno fu un vero tormento. Sulla Cisa trovammo un nebbione fitto. La visibilità era ridotta a pochi metri. Procedemmo quasi a passo d’uomo. Arrivammo alle tre del mattino. Dovemmo svegliare i guardiani di Porta Ferrovia per mettere il furgone in un’area protetta. Il mattino dopo potemmo finalmente consegnare, sotto scorta, le due casse.
A distanza di un mese mi arrivò un giornalino stampato dalla Guardi di Finanza e qualche giorno dopo,dalla General Dinamica di S.Diego, un ferma cravatta che raffigurava un sommergibile, che conservo gelosamente ancora oggi.
Per me è il ricordo di una grande avventura.

Omar Burroni

Secondo Giancarlo Vettori poteva essere il Nautilus USS 571